L'essere umano è l'unica creatura del regno animale a sapere di dover morire, ed è forse da qui che nasce la costante paura del presente e delle novità — lo dicono i filosofi dell'antichità, del Medioevo e i contemporanei. Un concetto innovativo come l'intelligenza artificiale porta con sé diverse preoccupazioni: qui proviamo, se non a eliminarle, almeno a dare gli strumenti per leggere queste e le prossime notizie con un occhio più critico.
Le auto a guida autonoma ci uccideranno?
Questa paura nasce da due notizie di cronaca: il ciclista investito dall'automobile sperimentale di Uber e una ragazza non riconosciuta in tempo da un prototipo Tesla in Arizona. Un fattore viene spesso dimenticato: erano vetture di prova, non versioni definitive, e portavano comunque a bordo un umano in grado di evitare il peggio o segnalare un malfunzionamento. Che le macchine non fossero ancora perfette era noto a tutti, e la morte di quelle due persone non è mai stata presa alla leggera.
Se durante i test di perfezionamento il fattore umano non lavora insieme alla macchina, come si può renderla davvero sicura? Il processo di miglioramento non ha, e non avrà mai, un termine — proprio per questo. Avere una sicurezza del 99% non basta: non a caso, prima di essere commercializzata, la nuova auto a guida autonoma di Tesla ha dovuto superare diversi test, prima dell'azienda stessa, poi della motorizzazione americana e infine del Dipartimento di Tecnologia Federale, che ne ha autorizzato la vendita.
Le macchine ci ruberanno il lavoro?
È stato calcolato che ogni anno i sistemi di intelligenza artificiale sostituiscono circa 75 mila mansioni un tempo svolte da persone — un dato che una rapida ricerca online mostra con facilità, ma che raramente viene riportato dagli articoli che parlano di «furto di lavoro». Il campo dell'intelligenza artificiale è in costante espansione: e chi se ne occupa? Ogni anno si creano circa 133 mila nuovi posti di lavoro, senza contare che molte aziende cercano competenze così specifiche da non avere ancora un nome definito.
«Programmatore» e «sviluppatore» sono due professioni che si stanno già suddividendo rapidamente in specializzazioni sempre più verticali: bisogna studiare, certo — ma non era proprio questo il sogno, eliminare i lavori più pesanti e stressanti?
Le macchine ci influenzano, politicamente e socialmente?
No. Semplicemente no. Questi sistemi sono creati da esseri umani per eseguire uno o più obiettivi definiti: non sono le macchine a fare ciò che vogliono, sono sempre le persone a essere responsabili di ciò che costruiscono. Lo scandalo di Cambridge Analytica ne è la prova più chiara: se un programma sottrae dati, la colpa è del sistema o di chi lo ha programmato?
Le macchine arriveranno a fare ciò che vogliono?
No, ancora una volta. Il machine learning ha come obiettivo migliorare un codice già scritto da un umano: la sua funzione ultima è correggere qualcosa che esiste già. Gli assistenti vocali di AND Italia, ad esempio, non aggiungono nulla a ciò che i nostri programmatori hanno già scritto — la riscrittura di un codice incompleto resta sempre sotto il nostro controllo.
Un assistente vocale non avrà mai l'iniziativa di fare qualcosa per cui non è stato programmato: le piante possono crescere storte se la natura lo vuole, le macchine no. Per questo chi sviluppa queste tecnologie sa bene che il lavoro va controllato più volte, con occhi e strumenti diversi, per verificare che tutto funzioni come previsto.
Le macchine ci controlleranno?
Se sono state programmate per farlo, sì — ma è sempre stato così. Il fuoco fu scoperto per scaldare le persone di notte e fare luce, e chi lo usò per fare del male non creò un fuoco diverso da quello del focolare. Gli strumenti, specie quelli più avanzati, nascono per rispondere a un'esigenza rivolta al bene comune: l'intelligenza artificiale usata in Cina per il riconoscimento del personale nelle banche, ad esempio, è nata per bloccare i caveau e allertare la polizia se una persona non registrata veniva rilevata in una zona sensibile dell'edificio. L'uso che facciamo degli strumenti riflette le nostre intenzioni — mai il contrario.
È blasfemo dare un pensiero a una macchina?
Una macchina intelligente è anche in grado di pensare? No. A livello neurologico, il pensiero umano è il risultato di processi così complessi che forse un giorno saranno replicabili, ma oggi restiamo ancora limitati a un ciclo ben definito: controllo e reazione, all'infinito.
L'intelligenza artificiale è strutturata come la rete neurale del cervello, ma non è in grado di eseguire azioni non programmate: questa struttura elaborata serve solo a verificare le condizioni che sbloccano un'azione specifica per una determinata situazione. La macchina non ha istinti, ma un codice scritto per fare qualcosa di già stabilito — la differenza la fanno sempre gli esseri umani, che aggiungono condizioni sempre nuove per permettere al sistema di operare in modi diversi. Nessuna macchina inizierà mai a raccontare barzellette se non è stata programmata per farlo in quella determinata situazione.
Le macchine si ribelleranno?
Prenderanno il controllo e diventeremo tutti loro schiavi? No — l'ultimo «no» di questo articolo. La ribellione nasce dalla presa di posizione, e per prendere posizione serve consapevolezza di sé: l'intelligenza artificiale non può assumere una posizione diversa da quella che le è stata data, il suo comportamento è scritto e ben definito.
Per capire di essere «migliore» degli esseri umani servirebbe il pensiero critico — le nuove leggi della robotica (non quelle di Asimov) includono anche questo concetto — ma al momento non esiste ancora una tecnologia abbastanza evoluta da arrivare a una conclusione simile e paragonarsi ai propri creatori.
Tutte queste paure nascono da scenari visti in film che raccontano un futuro ancora lontano dal presente: lo scenario peggiore non è mai quello mostrato sullo schermo, ma quello che immaginiamo individualmente — a volte per mancanza di conoscenza di un mondo complesso, altre volte perché l'immaginazione ci porta a costruire incubi peggiori della realtà. Forse è proprio questo l'unico processo che una macchina non riuscirà mai a replicare: il pensiero creativo.


